Musica e immagine, per una riflessione creativa.

Musica e immagine, per una riflessione creativa.

Inizi di ottobre 2019. Da poco mi avevano rimosso il gesso ed iniziavo a recuperare la mobilità, quando chiesi a Walter di poterlo andare a trovare in studio. Dopo un mese di gesso e tanto divano avevo necessità di ossigenare la testa e il cuore e riprendere in mano la macchina fotografica.

Walter Muto è un amico ma è anzitutto un musicista. Non che abbia conosciuto tantissimi musicisti nella mia vita, perlomeno così da vicino, ma sento di poter affermare che oltre ad essere un ottimo chitarrista, lui della musica è anche un gran conoscitore. L’ha studiata, certo, ma ne è anche grande appassionato; ascolta di tutto, libero da pregiudizi di genere. E poi lui i CD li compra ancora.

Qualche settimana prima Walter mi aveva raccontato di questo progetto tutto suo, un disco sul Natale in navigazione solitaria, dalla ricerca del materiale, alla scrittura degli arrangiamenti, alla traduzione di testi dal latino o dall’inglese… ed ora si era alla fase finale della produzione, quella per l’appunto della realizzazione in studio. Allora mi sono permesso di chiedergli la possibilità di andare ad ascoltarlo e guardarlo lavorare.

Oltre a Walter ovviamente c’era Ivano Conti, il padrone di casa dello Studio di registrazione Tappeti Sonori, dove l’album stava giorno per giorno vedendo la luce.

Sono tornato sicuramente contento della bella giornata trascorsa. Ed ovviamente questa “gita fuori porta” è stata anche l’occasione per riprendere in mano la fotocamera e fare qualche scatto (in questo articolo potete vederne il risultato), al fine di raccontare con qualche istantanea un pezzetto del lavoro.

Ma in aggiunta a questo, ho trovato interessante, finanche affascinante vivere una situazione diversa dall’ordinario. Allargare lo sguardo è sempre bello e questa variazione sul tema ha aperto una riflessione su un argomento che ha sempre affollato i miei pensieri: la progettualità. 

Quella giornata è stata anche l’occasione per confrontarsi e farmi raccontare la genesi del progetto. Nell’ascoltare il racconto, ho iniziato a trovare molte analogie con la fotografia e la chiacchierata mi ha stimolato a fare chiarezza sull’argomento della progettualità fotografica interrogandomi ancora una volta sul cosa significhi e quale sia la modalità migliore di affrontarlo.

Come sempre quando si è nell’ambito della creatività, le riflessioni sono estremamente personali e volte non ad insegnare, ma a condividere una scoperta.

C’è album e album!

La prima semplice osservazione è che fare un disco non è poi così diverso dal realizzare un progetto fotografico. Ed è un fatto che una stessa parola possa essere usata per denominare entrambi i progetti: album. 

Forse addirittura in questi ultimi anni il concetto di ‘album’ è rimasto più per la fotografia che non per la musica, dove si è un po’ affievolito, annegato dall’inondazione di musica digitale, fluida, brani singoli, perdita della necessità di una successione logica dei brani disposti in base ad un tema unitario o ad un percorso. Più facile rintracciare invece il concetto in un libro, una mostra (spesso i due oggetti coincidono).

In ogni caso, ovunque si ritrovi, si intende la scelta di un argomento, un tema a noi vicino che porta a voler indagare, documentare (nel caso dei foto-reporter o delle canzoni ‘politiche’ anche denunciare); certamente un argomento che sta caro e che si vuole approfondire.

Un’idea, una visione, una scelta di campo

Un progetto può esser il risultato di un viaggio (fisico talvolta) che documenta un luogo, una comunità (qui l’esempio di Grays the Mountain Sends, progetto del fotografo Bryan Schutmaat). Talvolta ci si può limitare a raccontare una situazione, come il lavoro di Richard Billingham – Ray’s a laugh (nel quale l’autore racconta del padre alcolista, il tutto dentro gli stretti confini delle mura di casa), ma anche documentare visioni o addirittura veicolare concetti.

Nella mia personale visione, nonostante il fatto che tutti i progetti dovrebbero avere un senso, o perlomeno una forte motivazione, prediligo i progetti che raccontino luoghi o persone. In questo la conversazione con Walter è stata fortemente significativa, perché nel raccontare la genesi del suo album di Natale ha motivato la scelta dei pezzi, il porli in un determinato ordine, la decisione di dare più spazio alle canzoni in italiano, insomma, una serie di scelte che andavano oltre il mettere 12 canzoni di Natale in sequenza casuale.

La scelta del linguaggio

Ciascuno ha la propria cifra stilistica, ma quando si approccia un progetto musicale, si è come costretti a decidere come suonarlo, come realizzarlo. Potremmo dire che la meta indica i passi per raggiungerla. Ancora una volta il dialogo con Walter mi ha chiarito come questo sia estremamente importante anche nella fotografia.

Non so se decidere (come nel suo caso) di suonare sul disco quasi esclusivamente strumenti a corda sia paragonabile all’alternativa colore/bianco e nero. Sicuramente è una scelta di linguaggio, di parole da inserire nel discorso musicale, a cui naturalmente si aggiunge la scrittura vera e propria degli arrangiamenti, delle frasi musicali, dei cori e di tutto quello che va a completare la tavolozza espressiva. Una cosa è certa: occorre delimitare il campo ed agire al suo interno per non disperdersi. E questo è sicuramente da collegare all’ampiezza dei mezzi che si decide di avere a disposizione.

Per chiarire meglio il concetto: una canzone (o un album) si può realizzare chitarra e voce oppure accompagnata da una orchestra sinfonica. Il decidere per l’una o per l’altra indica linguaggio, complessità di scrittura, risorse da coinvolgere ed ultimamente anche budget di spesa.

La scelta dello strumento

Singolare anche la scelta di Walter di svolgere questo viaggio in solitaria, suonando tutti gli strumenti e realizzando tutte le voci. Significa poter avere il controllo (e successivamente la responsabilità, sia in caso di successo che di insuccesso) dell’intera operazione. La scelta del suono acustico piuttosto che quello elettrico potrebbe essere poi paragonata ad un mezzo più caldo paragonato ad uno più freddo, forse spingendosi – per la fotografia – all’antinomia analogico-digitale o pellicola-pixel.

Il singolo
In un disco è sempre presente una canzone più forte delle altre, che traina il lavoro. Anche questo particolare è comune alla fotografia: la presenza in una serie di immagini di uno scatto che segna, caratterizza di più l’intero lavoro. Questo non significa che le altre fotografie siano più “brutte”. Certamente possono risultare meno di impatto, o meno forti dal punto di vista iconografico, ma in ogni caso necessarie a far comprendere la storia raccontata.

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